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“La viticoltura è un atto di coraggio”: l'intervista a Ivan Giuliani di Terenzuola

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Riprendiamo l'intervista di Chiara Gallo per Liguria Wine Magazine a Ivan Giuliani, patron dell'azienda vinicola Terenzuola dalla quale arrivano due dei vini più rappresentativi della nostra proposta, ovvero il Fosso di Corsano e La Merla.

Buona lettura!



Tra Liguria e Toscana, dove per fare il viticoltore ci vuole un pizzico di spericolata follia e un amore ancestrale per la propria terra e le proprie radici, Ivan Giuliani nel 1993 prende il timone del piccolo podere di famiglia dove oggi sorge l’azienda agricola Terenzuola (Fosdinovo, MS).

Dopo un’esperienza in un’altra zona di frontiera, tra Friuli-Venezia Giulia e Slovenia, torna a casa colmo d’ispirazione convinto che da quel giorno, il suo mestiere sarà il vigneron.

Ivan è deciso a riunire i territori della Lunigiana storica, quella regione racchiusa fra l’Appennino, le Alpi Apuane e il Mar Ligure. Il luogo perfetto per l’attività instancabile di Ivan: la ricerca del vitigno giusto per il terreno più adatto.

Oggi nei vini di Terenzuola troviamo la verticalità e l’unicità del suolo, la sinfonia dei vitigni autoctoni, la tradizione, ma anche la sua personalità esplosiva.


Come nasce l’azienda agricola Terenzuola?

Mio nonno nel 1938, di ritorno da New York, comprò un podere a metà della collina di Fosdinovo.

Non posso definirla una vera e propria azienda agricola, producevano un po’ di olio, un po’ di miele e un po’ di ortaggi, il necessario per la sussistenza della famiglia. I figli cercavano di dare una mano in campagna finché non trovavano lavoro. Mi ricordo invece della nonna, che raccoglieva il prezzemolo fresco, lo metteva in testa e scendeva a piedi da Fosdinovo al vecchio mercato di Sarzana, solo per venderlo.

Arrivai al podere di famiglia nel 1993, sia a causa di problemi familiari sia per raggiungere il cuore che avevo lasciato qui nelle vacanze estive, pensando tra me e me “vado a far finta di far qualcosa”. Fu quello l’anno della mia prima vendemmia, da quel giorno cambiarono tantissime cose.

Quando ha capito che voleva essere viticoltore?

Anche questa è una storia curiosa. Un giorno del 1994 arriva un’inaspettata chiamata alle armi (ero già stato allievo ufficiale pilota dell’Accademia Aeronautica). Dalla sera alla mattina, nonostante fossi imprenditore agricolo professionale e capofamiglia, mi sbattono sul confine con la Slovenia a meno 20 gradi. Una situazione estremamente distante da tutto ciò a cui ero stato abituato. Senza la possibilità di tornare a casa per molto tempo, decido di iniziare una nuova vita ed è qui che, immerso ogni giorno nei vigneti, conosco i produttori di quest’affascinante zona di confine, da cui ho imparato molto, sia a proposito dei processi di vinificazione ma soprattutto sui metodi di coltivazione, estremamente rispettosi della natura e della terra. Tornato a casa, decido che il vignaiolo sarà il mio mestiere.

Nella viticoltura ho trovato una forma artistica d’espressione personale, è questo che mi spinge quotidianamente nella mia attività. Dagli allora 3.000 metri oggi l’azienda conta 29 ettari da vendemmiare: direi che in 25 anni qualcosa è cambiato e molto velocemente.


Cosa c’è di eroico nel mestiere di “vigneron”?

La viticoltura è sempre un atto di coraggio. In questo territorio ancor di più. Il vigneron lavora in condizioni geologiche importanti, con pendenze al di fuori del comune, ci troviamo in uno tra i territori più ripidi d’Italia e a sostenerlo ci sono solo i muri in sasso. Non è solo l’orografia “aspra” a rendere eroico il mestiere del vignaiolo, ma il confronto con vitigni quasi sconosciuti. Parliamo ad esempio dei bianchi, l’Albarola, le Malvasie, la Ruzzese etc. piuttosto che i rossi, il Vermentino Nero o le Massarette.

Essere andati 25 anni fa in un mondo che parlava solo di Chardonnay, Cabernet e simili è stato un po’ come prendere la rincorsa contro un muro di gomma. Per fortuna questo scontro mi ha fatto intuire che nel futuro avremmo dovuto collocarci tra la viticoltura del nuovo mondo, dove una persona con 40 ore riesce a gestire, vendemmia compresa, un territorio come il Sud Africa, l’Argentina piuttosto che l’Australia e i grandi chateau con 250 anni di storia in più alle spalle. Quello che possiamo fare noi, viticoltori eroici, è legare indissolubilmente il vitigno del territorio con la difficoltà di coltivazione e trasmettere così la passione, la determinazione e la fatica che si cela nei nostri vini.

Fa molti viaggi all’estero. Lo fa per promuovere i suoi vini o per capire dove sta andando il mondo? Direi entrambe. I miei viaggi sono sempre finalizzati a determinare il mio prodotto e a comunicare i miei valori, insieme però a una lettura del contesto, del momento e del movimento con cui entro in relazione. Per promuovere i vini parlo inglese: gli Stati Uniti e i paesi anglosassoni sono quelli sicuramente più sensibili ad accogliere i prodotti italiani. Anche il Giappone è diventato negli ultimi anni un interlocutore interessante, affascinato da una cultura fusion con quella italiana.

Se devo capire dove sta andando il mondo vitivinicolo invece, non posso parlare altra lingua se non il francese. Uno dei territori più affascinanti per quanto riguarda l’approccio alla viticoltura è la costa francese o spagnola dei Pirenei, dove l’uomo, più che influencer in campagna e in cantina è difensore del territorio. Con botti di cemento e piante che vanno dagli 80 ai 100 anni, il vignaiolo si occupa di salvaguardare la collina, il resto lo fa la vigna, senza tutto il protagonismo che di solito caratterizza questo mestiere.



Qual è il rapporto tra il territorio e i suoi vini?

Il territorio si riflette per prima cosa in maniera tecnica nei vini. In vigna, dai Romani fino agli anni ’30, era uso piantare molto stretto, tra i filari doveva passare giusto il cavallo o il bue, poi l’industrializzazione ha fatto sì che queste densità, a causa dell’utilizzo dei trattori, precipitassero dalle 15.000 piante per ettaro a 1.500.

In questo modo la pianta invece che andare nel sottosuolo per cercare ciò di cui necessita, risale in superficie, dovendo ricorrere poi a trattamenti chimici perché troppo suscettibile alle annate. Ecco perché ho ricominciato a fare viticoltura come si faceva fino ai primi del ’900. La lettura del suolo entra nei miei vini attraverso i vitigni autoctoni, senza contaminazione con varietà internazionali e attraverso la macerazione sulle bucce. Se abitualmente in zona, si fa zero macerazione sui vini bianchi e 15 giorni sui vini rossi, io faccio 15 giorni di macerazione sui vini bianchi e fino a 3 mesi sui rossi. Fino all’ultimo giorno cerco di estrarre tutto quello che posso dalle bucce. Il vino deve essere l’espressione massima di un territorio, ecco perché il miglior vitigno deve essere legato alla miglior zona. I rossi sulle argille, piantati a ovest, per ottenere maturazioni fenoliche più importanti, piuttosto che i bianchi su sabbie e scisti, piantati a est per giocare di più con la finezza e la freschezza.


I “Permano” sono due vini estremamente appassionanti e sembrano la celebrazione di qualcosa… ce li racconta?

Iniziamo dal nome. L’idea nasce da P’Ermano, che è mio padre. Dedicargli questo progetto, per me, significa dargli una pacca sulle spalle. Il Permano è la volontà di tornare dove avevo iniziato negli anni ’90. Ricordandoci che il nostro DNA non è il mono-vitigno, come la tendenza del nuovo mondo vorrebbe farci credere. Un tempo era molto più semplice, perché nella vigna c’era una coesione di tutti i vitigni: c’era l’Albarola che dava la freschezza, il Vermentino un po’ di naso, la Malvasia l’aromaticità e poi c’erano le varietà più grosse che riempivano la botte. Ogni pianta era diversa da quella antecedente e da quella successiva, e si autofecondavano a vicenda. Questo donava una complessità

molto più importante rispetto alla moda del momento di fare un vigneto monoclone, che causa una standardizzazione delle vigne. Dal mio punto di vista invece, è fondamentale mantenere la biodiversità, una complessità sia dal punto di vista varietale che ambientale.

Fare il Permano significa tornare all’inizio, dove si vendemmiava il sabato il bianco e la domenica mattina il rosso. Dove non è il singolo strumento a leggere il territorio, come può essere per il Vermentino, il nostro vitigno principe, ma è l’orchestra, dove ogni strumento suona in maniera diversa a parità di spartito.


I Permano sono i vini a cui affettivamente sono più legato, sicuramente La Merla e il Fosso di Corsano sono quelli che come mono-vitigni interpretano nel miglior modo il territorio.

Quale scegliere? Dipende cosa preferisci ascoltare la sera davanti al camino, il sassofono o l’orchestra.

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